lunedì 18 dicembre 2017

[Recensione] I piccoli principi del Rione Sanità di Cristina Zagaria - Il battello a vapore





Trama
Uhuru, un ragazzo africano diretto in Svizzera, fa tappa a Napoli. Cerca ospitalità nel centro di accoglienza del Rione Sanità, ma arriva tardi, perché si mette a guardare la strada, le persone, le case... così finisce a dormire su una panchina di fronte alla chiesa. Vorrebbe ripartire subito, invece resta a lungo in quella piazza e la panchina diventa la sua casa. I ragazzi del quartiere lo notano, ha un giubbotto di pelle e diventa l'Aviato'. E, proprio come l'aviatore di Saint-Exupéry, attraverso lo sguardo dei bambini che ci vivono Uhuru scopre il pianeta Sanità. Un pianeta fatto di contraddizioni, storie difficili, illegalità, ma anche di bellezza e persone che amano e lavorano per dare un futuro al proprio quartiere. Con un intervento di don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità. 

La mia opinione
Il libro di Cristina Zagaria, giornalista e scrittrice che attualmente vive a Napoli, è dedicato ai più piccoli, ma è un libro che andrebbe letto anche da noi adulti, per ricordarci il mondo dei bambini, dei loro sogni, delle loro speranze e aiutarli a non avere più paura.
La paura è uno dei sentimenti portanti di questa storia. Ha paura Uhuru, un ragazzo di soli diciannove anni, fuggito dall’Africa e dalle continue guerre della sua terra natia per dirigersi in Svizzera, la terra “neutrale”, il paese dei sogni che tutti noi immaginiamo sereno, senza conflitti. 
E hanno paura i bimbi del Rione Sanità, i piccoli principi che sono i protagonisti del romanzo. Sentendo Rione Sanità potrete intuire quale sia questa paura: quella della mafia, una presenza ingombrante in molte città italiane. E chi, se non i bambini, può riuscire a sconfiggere la paura inseguendo i sogni, anche quelli più grandi e che sembrano impossibili?
La storia de “I piccoli principi del Rione Sanità” è, innanzitutto, una storia di amicizia. L’amicizia tra Uhuru e i bambini del quartiere nasce in un attimo, nello scambio di un disegno, che ci riporta immediatamente al libro che ha ispirato la scrittrice: Il piccolo principe di Saint-Exupéry, una delle storie più belle che esistano, una delle poche che riesce ad unire tutti, bambini e adulti, alternando fantasia con profonde riflessioni sulla società, sugli uomini e sull’amicizia tra persone ed esseri completamente diversi tra loro.
Ed è questa la grande capacità dei bimbi del Rione Sanità: quella di non tenere conto delle diversità, di accogliere Uhuru nel loro mondo e farlo partecipe dei loro sogni più grandi.
I piccoli principi non sono come gli altri bambini: sono più maturi, vedono costantemente cose che i bimbi non dovrebbero vedere, aiutano i genitori che faticano ad arrivare a fine mese e, talvolta, prendono le strade sbagliate per paura, per non deludere i genitori che fanno parte del Sistema, per sentirsi “forti”.
Ma ci sono tanti altri bambini che non ci stanno, che dicono “No”, come Diego, Rosa, Vincenzo: nomi immaginari per bambini reali, che ripercorrono la storia del Piccolo principe da protagonisti, con la loro nuova guida, Uhuru, il loro aviatore che li conduce con l’immaginazione in luoghi lontani senza però perdere di vista le origini.
Perché loro stella polare è proprio là, nella piazza, la statua in ricordo di Genny Cesarano, un piccolo principe che tutti noi conosciamo per la sua tragica vicenda, un sognatore la cui vita è stata spezzata troppo presto.
Ho letto tanto sul tema della mafia, ma vedere il punto di vista dei bambini mi commuove sempre, per la loro grande capacità di comprendere le cose meglio degli adulti. I bambini sono la nostra speranza ed inevitabile nella mia mente è stato il paragone con un altro libro, “Per questo mi chiamo Giovanni”, la storia di un altro eroe che non ha mai avuto paura.
Questo libro è speranza, sogni, cambiamento. Ma alla fine è anche una richiesta di tornare. Ai bambini del Rione Sanità e a tutti i bambini: crescere senza bruciare le tappe, inseguire i propri sogni, per poi tornare nel luogo in cui si è nati e renderlo un posto migliore.
Una nota speciale non si può non dedicare ai volontari che giorno dopo giorno, con le varie associazioni del Rione, aiutano i bambini a coltivare i loro sogni, a don Antonio Loffredo, parroco del Rione, che insegna a guardare con il cuore, e alla Fondazione Alberto e Franca Riva.
Personalmente ho sempre avuto un libro tra le mani da quando avevo circa 6 anni e spero, se avrò dei figli, di tramandare anche a loro questa mia passione. Mamme e papà mi rivolgo a voi: regalate libri ai vostri bambini, permettetegli di sognare, di viaggiare in luoghi diversi, di conoscere tante realtà nuove, di sconfiggere le loro paure. “I piccoli principi del Rione Sanità” è sicuramente un ottimo libro dal quale iniziare.

Voto finale: 5/5

venerdì 15 dicembre 2017

[Recensione] L'amico perduto di Hella S. Haasse - Iperborea




Trama
Due ragazzi crescono insieme nella natura lussureggiante e incantata di Giava, uniti da un mondo di avventure, esplorazioni e sogni tra i verdi campi di tè e le terrazze di risaie, i sentieri di terra rossa e i misteri delle foreste vergini del Preanger. L'uno è il figlio del direttore di una piantagione olandese e ama l'Indonesia e la sua gente come il luogo dell'anima dove è nato e a cui sente di appartenere. L'altro è Urug, figlio di un lavorante indigeno che grazie a una serie di circostanze fortuite riesce ad accedere agli studi e a seguire l'amico fino a Giacarta. Ma l'innocenza e la libertà dell'infanzia non tardano a essere travolte da avvenimenti inaspettati: il movimento di liberazione indonesiano, la Seconda guerra mondiale e la guerra coloniale rendono ineludibile una scelta di campo e portano i due giovani a guardarsi con occhi nuovi, a scoprirsi estranei, e a seguire i loro destini inconciliabili: l'uno ritrovandosi sradicato di fronte alla fine del proprio mondo con la consapevolezza di non avere mai conosciuto veramente quella che considerava la sua terra; l'altro alla ricerca di un'identità, di una rivalsa, di un nuovo inizio per sé e per il suo Paese. Considerato uno dei grandi classici della letteratura olandese, "L'amico perduto" è una delicata storia di amicizia che sfocia nel drammatico disvelamento di una lontananza, un romanzo di formazione attraversato da una nostalgia struggente che ancora oggi ci tocca per la sua forza profetica nell'affrontare l'eredità del colonialismo, la necessità di interrogarsi sul passato, quell'incomprensione che continua a minare un autentico dialogo tra diversi.

La mia opinione
Il romanzo “L’amico perduto” di Hella S. Haasse è un piccolo gioiellino poco conosciuto in Italia, ma considerato un classico della letteratura olandese.
Grazie ad Iperborea, che ci regala sempre delle meraviglie in quel formato particolarissimo che adoro, finalmente ho avuto la possibilità di conoscerlo. Tra i tanti libri che mi sono stati proposti nella mia formazione, specie scolastica, devo dire che questo mi è mancato, per cui spero che, se qualche professore o qualche alunno capita di qua, possa suggerirlo come lettura anche scolastica.
Il romanzo è ambientato nella bellissima Indonesia, dove si incontrano, e scontrano, culture diverse: gli indonesiani e gli olandesi, che, come è noto, colonizzarono quella terra a partire dal 1600. 
Nonostante il fenomeno del colonialismo è, per fortuna, soltanto un triste ricordo del passato, le divergenze da esso create sono inevitabilmente state ereditate.
E la storia del protagonista del libro, figlio del direttore di una piantagione olandese, e del suo amico Urug, un indigeno, è l’emblema non soltanto del colonialismo, ma delle sue conseguenze, tanto lontane temporalmente quanto, allo stesso tempo, attualissime. 
Il libro è un flusso di pensieri, quello appunto del protagonista, di cui non viene mai detto il nome. La cosa che colpisce di più è l’ingenuità del giovane che, anche da grande, non riesce a spiegarsi la motivazione della perdita dell’amico.
Scavando nel passato, si rende conto che, sin da bambini, c’erano delle differenze tra lui e Urug. Nonostante siano nati insieme, perché i genitori di Urug lavoravano per i suoi genitori, c’è sempre stato tra i due un leggero divario, sottilmente percepito dai bambini, ma reso evidente dal comportamento degli adulti. 
Nel corso del tempo, mentre l’olandese rimane sempre in un certo senso uguale, la loro diversità è amplificata da Urug, che si rende conto, al contrario, di quanto il fenomeno del colonialismo abbia avuto influenza nella sua vita. Così, mentre Urug ha un’evoluzione importante, che lo porterà a distaccarsi per sempre dall’amico, il protagonista sembra rimanere inerme da quelle che sono le circostanze della vita, è come se si piegasse a loro senza ribellarsi, accettando semplicemente la perdita, che pure lo fa soffrire.
L’ingenuità dei bambini è, come sempre, straordinaria. Riescono, con la loro innocenza, a fare quello che tutti noi adulti dovremmo non perdere mai di vista: non discriminare, andare oltre a quanto dettato dalle convenzioni sociali, dalle differenze di razza, classe o etnia. E più passa il tempo, più mi rendo conto che la società attuale ci pone davanti ad un enorme sfida in questo senso e mi chiedo se il retaggio del colonialismo, l’idea europea di sentirsi superiori potrà mai finire.
Probabilmente, anche con tutto l’ottimismo possibile, non possiamo cambiare il mondo da soli. E il messaggio che ho percepito da questo bellissimo romanzo è proprio quello di trasmettere ai nostri figli l’importanza dei legami, sopratutto quelli che si creano quando siamo piccoli, che sono poi quelli più forti e per i quali non possono e non devono esistere differenze di nessun genere.
Tra l’altro, la scrittrice è nata proprio a Giacarta e ha vissuto là nei primi anni di vita. Mi è piaciuto pensare che abbia provato delle situazioni simili e abbia voluto regalarci questa storia proprio per questo motivo, per farci capire come ci si senta ad essere “stranieri” nella terra in cui si è nati.

Voto finale: 5/5


mercoledì 13 dicembre 2017

[Recensione] Ritorno a Riverton Manor di Kate Morton - Sperling & Kupfer




Trama
Nella scena del suo film, la giovane regista Ursula Ryan immagina uno dei momenti più drammatici della storia letteraria inglese, uno scandalo da sempre circondato da un'aura di mistero, perdizione e genio maledetto. Era l'estate del 1924 e i sopravvissuti alla carneficina della Grande Guerra si ritrovavano a divorare la vita come se non ci fosse un futuro, come se dovessero rimanere per sempre giovani. Tra feste alla Grande Gatsby, fiumi di alcol, amori che duravano lo spazio di una notte, quei ragazzi creavano il mito dei ruggenti anni Venti. Tra loro, era Lord Robert Hunter, astro nascente della poesia, ammirato e celebrato da tutti. Eppure, proprio quell'estate, proprio a una delle feste più belle, quella di Riverton Manor, Robert si allontanò da solo. E stringendo una pistola con mano tremante, si tolse la vita. Per Ursula, settantacinque anni dopo, quel poeta è diventato leggenda. Almeno fino a quando scopre che è rimasta una testimone degli eventi. E Grace, custode quasi centenaria di un terribile segreto. Un segreto che ora non può più tenere per sé. Ritorno a Riverton Manor è l'esordio di Kate Morton, un romanzo nel quale mistero e amore si mescolano avvolgendo il lettore nello stile di un'autrice che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo..

La mia opinione
Il romanzo “Ritorno a Riverton Manor” è il primo libro scritto da Kate Morton, autrice di cui ho sentito spesso tessere le lodi, ma che ancora non conoscevo.
Sperling & Kupfer ci ha regalato recentemente una riedizione del libro, che vi consiglio assolutamente di leggere.
La storia è favolosa: partendo dai nostri giorni, si racconta quanto accaduto a Riverton Manor, la dimora di una famiglia nobile caduta però in disgrazia per una serie di eventi tragici. In particolare, uno degli episodi più terribili è stata la morte di Robert Hunter, un giovane promettente poeta morto suicida proprio nei bellissimi giardini di Riverton Manor.
L’occasione per scavare nella storia è data da una regista, Ursula, che decide di rievocare gli splendori dell’epoca attraverso un film. Per questo motivo, contatta l’unica sopravvissuta agli eventi, Grace, una donna straordinaria che a Riverton Manor era una semplice cameriera.
Grace, ormai novantenne, inizialmente è riluttante a ricordare il passato. Dopo un po’ di tempo, però, la curiosità prevale e decide di incontrare Ursula per aiutarla con qualche racconto del passato.
Non appena Grace vede l’allestimento per il film, identico in ogni più piccolo dettaglio alla sua amata Riverton Manor, inizia a perdersi nei ricordi.
Così, attraverso le parole di Grace, entreremo in questo posto stupendo e conosceremo tutti i suoi personaggi, proprio come in un film. E, se seguite la serie TV Downton Abbey, non sarà facile non fare paragoni. Ritroverete, infatti, vicende simili, che caratterizzavano quell’epoca.
Come sempre, quando si leggono certi romanzi, si rimane impressionati da quante limitazioni avessero le donne allora. Ma, allo stesso tempo, ci si rende conto di quante di loro, davvero coraggiose, si sono spesso ribellate ad un destino segnato per fare di più di quello che ci si aspettava da loro.
Sono donne come le nostre nonne e come Grace alla quale vi affezionerete per la sua forza, il suo coraggio e la sua fedeltà ad Hannah, di cui era la cameriera personale.
Proprio questa sua fedeltà la porterà a conoscere una serie di segreti, che riaffioreranno pagina dopo pagina, fino ad arrivare al più terribile, al colpo di scena inaspettato.
Personalmente, ho trovato certe parti un po’ pesanti e inutili per la storia. Per il resto, Kate Morton è una scrittrice davvero favolosa, con uno stile che attrae e cattura il lettore tenendolo incollato alle pagine del libro. Se ancora non la conoscete, vi consiglio di iniziare da questo romanzo!

Voto finale: 4/5


lunedì 11 dicembre 2017

[Recensione] Le fragilità del cuore di Susan Elizabeth Phillips - Leggereditore




Trama
Annie Hewitt è un’attrice con poca fortuna, arrivata a Peregrine Island nel bel mezzo di una violenta tempesta di neve. Avvilita e al verde dopo aver speso tutti i risparmi per esaudire gli ultimi desideri della madre malata, non le rimane altro che una fastidiosa polmonite, due valigie rosse piene di burattini e un vecchio cottage, dove si nasconde una misteriosa eredità che potrebbe risollevare le sue finanze. Ma le giornate a Peregrine saranno tutt’altro che semplici per lei: destreggiandosi tra una vedova solitaria,
una bambina muta e degli isolani ficcanaso, Annie scoprirà di essere impreparata ad affrontare la vita su quell’isola così fredda, selvaggia e inospitale. A complicare il tutto, l’inaspettato incontro con Theo Harp, l’uomo che le aveva spezzato il cuore quando entrambi erano solo adolescenti, diventato oggi uno
scrittore solitario di romanzi horror. Ma quell’uomo sarà ancora temibile come lei ricorda o sarà una persona nuova? Intrappolati insieme in un’isola innevata al largo della costa del Maine, Annie non
potrà più scappare dal passato e dovrà decidere se dare ascolto alla sua testa oppure al suo cuore...
Ironia, passione e mistero per una storia emozionante e ricca di sorprese.

La mia opinione 
Susan Elizabeth Phillips è sicuramente una delle migliori scrittrici di romance in circolazione e anche questa volta devo dire che il suo romanzo mi ha coinvolto, facendomi come sempre ridere grazie all’ironia che contraddistingue sempre le sue storie.
La protagonista è Annie, una giovane ragazza che, improvvisamente senza soldi si ritrova nella casa della madre defunta, a Peregrine Island. In base ad un accordo stilato dalla mamma con l’ex marito, infatti, il cottage in quest’isola sarà suo a patto che vi trascorra due mesi all’anno.
Così Annie, non avendo altro posto dove stare, è costretta a trasferirsi con i suoi inseparabili pupazzi, con i quali, grazie alle sue doti di ventriloqua, fa lezioni ai bambini.
L’isola però è ostile e inospitale. Nonostante i suoi abitanti siano apparentemente cortesi nei confronti di Annie, sembra proprio che qualcuno non la voglia là. 
Il maggiore “sospettato” è Theo Harp, il ricco rampollo della famiglia più facoltosa dell’isola, che aveva spezzato il cuore di una Annie appena adolescente. 
Il ritorno nell’isola mette sia Theo che Annie in agitazione: i due cercano di evitarsi, cercano di essere nemici, ma l’improvviso attentato all’incolumità di Annie li fa improvvisamente avvicinare.
Inizieranno insieme a capire chi voglia farle del male, chi stia cercando a tutti i costi di allontanarla da Peregrine Island. Anche perché Annie non vuole abbandonarla, non solo perché non ha alcun posto dove andare, ma sopratutto perché la madre le ha confidato, in punto di morte, di averle lasciato un’eredità.
La vita di Annie sull’isola diventa sempre più complicata, perché le impone di fare i conti con il suo passato, di superare in qualche modo la sua ostilità verso Theo, di non rivivere le insicurezze generate da una madre troppo severo.
E quello che doveva rivelarsi un soggiorno temporaneo per cercare l’eredità, diventerà molto di più per Annie: la aiuterà a capire la sua forza, ad abbandonare le insicurezze e a scoprire la vera sé, capendo finalmente cosa le può riservare il futuro e quali sono i suoi veri sogni.
La storia di una rinascita, dell’importanza di credere nei propri sogni, in se stessi e nelle proprie possibilità, che sono infinite e ci capitano quando meno ce lo aspettiamo, quando magari stiamo per arrenderci. 
Rispetto ad altri romanzi della Phillips l’ho trovato un po’ banale per certi aspetti. Nonostante i continui colpi di scena, infatti, si capisce subito come andrà la storia. Tuttavia, come vi ho anticipato, l’autrice ha la dote di essere sempre ironica e accompagna le storie d’amore con episodi davvero comici.
Le fragilità del cuore è una lettura leggera, che scorre molto in fretta e perfetta per rilassarsi durante le feste che stanno arrivando.

Voto finale: 3/5


lunedì 20 novembre 2017

[Recensione] Storia di Roque Rey di Ricardo Romero - Fazi editore


Trama
Il giorno in cui lo zio Pedro muore, la zia Elsa chiede a Roque, dodici anni, di indossare le sue scarpe per ammorbidirle un po’ in vista del viaggio nell’aldilà. Così, riempite le punte con il cotone, il ragazzo esce di casa per fare una passeggiata. Non tornerà più. Camminerà per quarant’anni attraverso l’Argentina, senza meta, in una lunghissima fuga costellata di scoperte, di riflessioni e di una serie di incontri indimenticabili: Umberto, un prete epilettico parricida; Los Espectros, un gruppo di musicisti itineranti che lo ingaggia come ballerino; Marcos Vryzas, un bohémien alcolizzato che lo introduce alla vita dissoluta della capitale; Natalia, una bambina dall’intelligenza eccezionale che si innamora di lui e lo tenta col suo fascino ammaliatore. E quando Roque finirà a lavorare in un obitorio, tolte le scarpe dello zio indosserà quelle dei morti, che lo condurranno nei luoghi dove sono sepolti i loro più terribili segreti. Sullo sfondo di questo lungo viaggio, scorrono quarant’anni di storia dell’Argentina, un paese misterioso ancora tutto da scoprire, raccontati da chi della storia non è protagonista, ma la vive sulla propria pelle. Ricardo Romero è uno degli autori argentini contemporanei più apprezzati e talentuosi. In Storia di Roque Rey rielabora la grande tradizione sudamericana del realismo magico dando vita a un romanzo sempre in bilico tra reale e immaginifico che, sin dalle prime pagine, ci ricorda cosa significa leggere per puro piacere.

La mia opinione
Parto dal presupposto che io adoro gli scrittori sudamericani. Tra i miei preferiti ci sono da sempre Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende. Ho scoperto con piacere un nuovo scrittore a me sconosciuto finora e che, a mio modesto parere, si inserisce perfettamente in quello stile che definirei “magico” e che solo questi scrittori possiedono. 
Ho amato "Storia di Roque Rey" dalla prima all’ultima pagina. L’autore Ricardo Romero ci accompagna dall’inizio della vita di Roque e ci permette di accompagnarlo passo per passo in una vita sempre in movimento e con tanti personaggi speciali che ne segnano il cammino.
Il momento più significativo della vita di Roque è sicuramente quello in cui, per il funerale dello zio Pedro, la zia Elsa gli chiede di indossare le scarpe nuove acquistate per lo zio, in modo che quest’ultimo possa fare il suo viaggio verso l’aldilà in tutta comodità.
Roque inizia a camminare come richiesto dalla zia, ma non riesce più a fermarsi e decide di non fare più ritorno a casa. Da quel momento, inizia il suo peregrinare per l’Argentina, dove incontra tantissime persone che, in un modo o nell’altro, segneranno il suo destino.
Sì perché Roque Rey sembra sempre in balia degli eventi: è come se quello che gli capitasse fosse deciso dagli altri o dal destino, sembra quasi che si lasci trascinare dal mondo che lo circonda e dalle azioni altrui. Ma, dietro questo apparente “menefreghismo” per gli accadimenti della vita, Roque è un ragazzo e poi un uomo davvero sensibile, ma, soprattutto, inquieto. E le scarpe, che hanno segnato sin da subito il suo cammino di inquietudine, avranno un ruolo davvero particolare in questa storia. Lavorando in un obitorio per lungo periodo, Roque, indossando le scarpe dei morti, inizierà a percorrere nuove strade, lasciandosi guidare da ciò che gli suggeriscono le scarpe, fino a scoprire i segreti di coloro che non ci sono più.
Una storia davvero stupenda, uno stile che, come vi dicevo all’inizio, affascina i lettori per la capacità di trascinarli in un mondo a metà tra il reale e il fittizio. Entrerete nella vita di Roque Rey giorno per giorno, vivendo con lui avventure straordinarie, scoprendo i segreti di coloro che lo circondano, rimanendo affascinati dai suoi amori e, alla fine, sarà davvero difficile chiudere l’ultima pagina. Consigliatissimo!

Voto finale: 4,5/5